RICORDARSI LO SDEGNO NON È UTILE…

La storia umana abbonda [oltre che di azioni meritevoli e benefiche] delle più distruttive e devastazione azioni compiute da essere umani: uccisioni, torture, azioni che hanno portato infelicità e sofferenze indicibili a moltissima gente. Possiamo considerare Questi incidenti come l’espressione del lato oscuro dell’eredità umana che condividiamo. Avvenimenti del genere accadono solo quando c’è odio, rabbia, gelosia è una sconfinata avidità. La storia mondiale non è che il resoconto collettivo dei diversi effetti dei pensieri positivi e negativi degli esseri umani; penso che sia piuttosto evidente. Riflettendo sulla storia possiamo vedere che se vogliamo un futuro migliore e più felice dobbiamo esaminare la nostra mentalità di oggi e pensare a quale stile di vita questa mentalità produrrà in futuro. Non si sottolinea mai abbastanza il potere pervasivo che hanno questi stati mentali negativi.

Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, L’arte della compassione

A proposito di stati mentali negativi: anche se desidero coltivare le qualità e la spaziosità, noto quanto mi sia facile cadere nello sdegno e nell’indignazione al appena mi metto a pensare alle cose che non mi piacciono, a questo mondo, specie quando sembrano provenire dall’attività oppure dall’inattività degli esseri umani. Mi colgo a « personificare » qualcosa che in realtà è molto più grande di questo o quel malvagio, anche se è vero che le singole persone giocano ruoli svariati, spesso orribili, in ciò che accade in ogni momento. Mi vengono in mente le ingiustizie vere e proprie, le ineguaglianze sociali, lo sfruttamento di un numero esorbitante di persone e di risorse naturali, sfruttamento che nei discorsi e spesso mascherato da appropriazioni indebite e dalla alterazione delle espressioni in modo da rendere difficile distinguere quello che succede in realtà, visto che le parole stesse sono arrivate a formare una sorta di nuovo linguaggio surreale. Penso agli ingenti danni che nascono dal muovere una guerra per raggiungere fini discutibili con mezzi nefasti, con la sensazione che coloro che ricoprono ruoli di potere di responsabilità spesso mentano di proposito, dissimulino, inventino, obblighino, manipolino, neghino, coprano, comprino alleanze, diano spiegazioni razionali alle proprie azioni e facciano tutto quel che sembra loro necessario per raggiungere quegli scopi discutibili. Penso alla concentrazione sempre più smisurata di potere e influenza e ricchezza nelle mani di poche persone e ai giganti delle multinazionali, che spesso agiscono come se i propri interessi di potere e di crescita e di profitto fossero al di sopra degli interessi di tutti gli altri, perfino al di sopra della legge; e ho fatto solo pochi esempi.

Poi mi ricordo: anche se tutto ciò è vero, in qualche misura (e sottolineo in una misura che di solito si sospetta, ma in realtà non si conosce), il mio atteggiamento di sdegno ha almeno un paio di risvolti problematici.

Noto che non mi sento mai degnato per i tornado e gli uragani. Non provo mai sdegno per gli incidenti, le distruzioni e le perdite causate da inondazioni o terremoti o incendi di foreste non provocate da mano umana, per quanto alto sia il prezzo pagato in termini di vite umane e, in seguito, di grandissima infelicità dei sopravvissuti. In relazione a quegli avvenimenti in me nascono emozioni, certo: una grande tristezza, empatia, compassione e il forte desiderio di dare una mano; ma non sdegno. Perché? Penso che sia perché non c’è nessuno a cui poter dare la colpa, nessuno da accusare. I terremoti succedono e basta.

Non appena però c’è dietro qualcuno, c’è un loro « loro »  (« loro avrebbero dovuto » o « non avrebbero dovuto » o « come hanno potuto? » o « perché non hanno..? » ), non appena c’è una parvenza e responsabilità dietro dall’avvenimento, forse è la prevaricazione o l’ignoranza o la verità o l’irresponsabilità o la doppiezza di qualcuno, ecco che in me nasce e fiorisce l’impulso di arrabbiarmi e sdegnarmi, di addossare a « loro » la colpa e di trasformarli nel problema, persino disumanizzarli. Ed è particolarmente forte quando sento di avere ragione  « io » quando sono convinto che le mie opinioni e i punti di vista si fondano sulla verità che         « io » so quel che sta succedendo e posso mettere in fila una serie infinita di prove a sostegno della mia posizione. E’ ancora più così quando « io » so che loro stanno aggirando se non addirittura infrangendo la legge, demolendo misure di protezione ambientale, prendendosi gioco della Costituzione, calpestando altre nazioni o minacciandole, o stanno concentrando a bella posta nelle proprie mani quello che appare come illegittimo potere e influenza e ricchezza e si approfittano della loro posizione di servitori della cosa pubblica. E il mio sdegno non fa discriminazioni: può condannare gente di ogni parte politica, su ogni fatto, in ogni cultura, in lungo e in largo, anche gente che non ho mai conosciuto dai tempi di Adamo, né loro né la loro cultura né i loro costumi.

E c’è un altro problema nel mio sdegno. Tutte le cose che sto obiettando vanno avanti da secoli. Sfogliando un profilo storico della Cina antica in un libro sugli scritti di Chuang Tzu, autore della poesia con cui si chiude il presente capitolo, noto che all’incirca nel 2205 a. C., un uomo di nome Yu era descritto come « il virtuoso fondatore della dinastia Hsia » e che 400 anni dopo nel 1818 a.C., un uomo di nome Chieh è descritto come « quel generato che mise fine alla dinastia ». Ci sono sempre stati cicli di relativa tranquillità e poi di turbolenza generale, di relativa sicurezza e di crescente insicurezza, di relativa onestà negli affari pubblici e di flagrante disonestà, di relativa bontà e di atti inequivocabilmente malvagi. Possiamo metterla sul piano personale, possiamo lanciare accuse a questo quello, possiamo prendercela a livello personale, ma la questione è molto più profonda. Forse siamo tutti attori di un film sognato, che finisce solo quando ci rendiamo conto che siamo noi a continuare a sognare proprio quel film e che la cosa più importante, per noi, è svegliarci. Allora tutti i personaggi da un incubo di quel sogno possono svanire, non dobbiamo più alimentarli per mandare avanti il film e farli comportare così piuttosto che coli.

Davvero vogliamo continuare a girare a vuoto in questa sequenza di film e prendere parte alla solita battaglia pro o contro? Combattere per ottenere il miglior risultato temporaneo possibile, anche se rimanendo nel sogno prima o dopo incontreremo di « lo sterminatore folle » sotto forma di un Hitler, uno Stalin, un Pol Pot, un Saddam Hussein, un Pinochet o di qualche altra orribile personificazione o spasmo di ignoranza senza volto, capace di galvanizzare la folla e di diffondere quel virus facendo appello e aizzando la paura, l’odio  e l’avidità della gente vulnerabile e insoddisfatta. Oppure vogliamo risvegliarci, e così smorzare o addirittura estinguere tutti quei cicli, invitando a entrarci nella coscienza una compressione del tutto differente, ortogonale, del sogno stesso, la radice della mal-attia, e scoprire modi di lavorarci sopra e di tenere sotto controllo gli impulsi che muovono tante nostre azioni di individui – e dunque tante nostre istituzioni – e che prima o poi si direbbe, tornano sempre a sedurci e a convincerci a ricadere nel sonno della trance? Oppure non è questione di « o/o », ma di « tutt’e due le cose insieme », perché non si tratta di due distinte caratteristiche del mondo, ma paradossalmente, di una cosa sola, intera e continua interconnessa in ogni sua parte?
Capite il dilemma? Lo sdegno non è utile per quanto comprensibile possa essere quale sia l’oggetto. Non è utile perché dà per scontato che le cose « dovrebbero » andare diversamente, mentre la verità è che stanno andando come stanno andando. E’ così proprio adesso, ed esiste soltanto l’adesso. Che debbano o non debbano andare così è irrilevante, fa parte di una storia che ci stiamo raccontando e che forse ci rende ciechi impedendoci di trovare modi più creativi e più autentici di vedere la situazione e di metterci in relazione con essa, modi che davvero cammino qualcosa, che spostino di un poco dovrebbero « la curva a campana », catalizzino una rotazione ortogonale, magari diamo un nome alla follia se non addirittura le mettano fine immediatamente. L’alternativa è limitarci a cambiare i personaggi, ma conservare la stessa sceneggiatura indiscussa, fraintesa e spesso demenziale: sarebbe come mettere in ordine le sedie sdraio sul ponte del Titanic, costruirne un altro dopo quello che è affondato e poi tornare a risistemare le sdraio sul ponte.

Abbiamo un disperato bisogno di imparare a fidarci della nostra esperienza diretta delle cose e a raccogliere il coraggio di rimanere fermi nelle nostre convinzioni basate sul saggio discernimento e sul chiaro apprendimento e sulla chiara comprensione, invece che su basi biologiche o su una correttezza politica interessata. Forse Dobbiamo insegnare a noi stessi, e lasciare che il mondo ci insegni, a fermarci e dimorare in una coraggiosa apertura, a percepire quel che c’è dietro i veli dell’apparenza e della disinformazione e anche dietro la nostra stessa cecità, i nostri pensieri speranzosi, le tendenze a volgere ogni cosa in bianco e nero, buono o cattivo, perdendo il contatto con la profondità delle cose.

Eppure, in tutto questo occorre ancora che ci radichiamo in ciò che vediamo e percepiamo; occorre che sentiamo a modo nostro che cosa potremmo dare, in che cosa e come potremmo impegnarci realmente per cambiare le cose senza cadere nel nostro « io » ristretto e fifone, con tutti i suoi problemi, oppure nello sdegno che sottintende che noi siamo normalmente più ricchi degli altri, in qualche modo più puri, più illuminati, immacolati di colpe o peccati; che siamo noi gli unici a possedere la conoscenza. Più lo diciamo o lo pensiamo più probabile che ci crediamo, e allora questo diventa un altro concetto reificato, un impedimento proprio alla libertà e all’onestà e alla vera moralità che invochiamo negli altri, che dimentichiamo di possedere noi stessi e di cui godiamo. Si sente bene quanto sia pericoloso questo modo di pensare, specie se non ne siamo consapevoli: è proprio quello che provo tutti, da qualunque parte stiano. dovrebbero « io ho ragione e loro hanno torto. » « Io so quel che è giusto, loro no. » « Ma come fanno? » e già da attribuire colpe.

Dunque, hai ragione quando pensi di avere ragione? Hanno torto, loro, quando dici che hanno torto? Soen Sa Nim amava dire: « apri bocca e hai già torto » . Eppure tu, noi, tutti quanti dobbiamo aprire la bocca. E alle volte dobbiamo agire, anche di fronte alla complessità e all’incertezza, perché fanno parte della natura stessa della realtà. Che cosa possiamo fare? Questo koan è una bella pratica meditativa, una bella pratica politica, anche. Riusciamo a farci andare bene di non sapere, a risvegliarci a qualcosa di nuovo e audace e pieno di immaginazione a salutare al di là dei Confini dei processi di pensiero reattivi, ciechi e altamente condizionati, fuori tiro delle emozioni dolorose, in particolare dalla paura? Riusciamo a trovare modi di incarnare bontà e vera forza interiore ed esteriore specie nei momenti di crisi e di difficoltà, e insieme a lasciar perdere lo sdegno che corrode e corrompe?

Il fatto stesso di pensare alle cose può innescare in qualche modo, lo sdegno l’indignazione. Pensare alle stesse cose in altri modi apre la strada all’immaginazione e alla creatività, all’apertura di cuore, all’azione compiuta in pienezza di mente e di cuore.
Ma se il se è auto-costruito e, anche se i fatti sono chiari, spesso non lo è quel che facciamo in una data situazione che scatena il nostro sdegno. « Noi » noi nella nostra indignazione, possiamo essere tanto ignoranti quanto sono loro nelle loro dovrebbero « nefaste macchinazioni », chiunque siano loro chiunque siamo noi. Forse c’è bisogno di qualcosa di meglio e di più saggio, di più relazionale: un modo di vedere le cose meno dualistico che non reifichi subito quella sensazione di « noi » contrapporsi a « loro », la quale va subito a braccetto con il « buono » contrapposto al « cattivo ». E sei in noi l’impulso è così forte che viene su per conto proprio, con grande emozione (anche se sappiamo bene che cosa sarebbe meglio), bisogna che riusciamo ad accorgersene e « starci » e prenderne atto con delicata consapevolezza. Allora forse, e soltanto forse, riusciremo a trovare modi per non farci smembrare dal conflitto fra pensiero e sentimento per agire fermamente con saggezza allo scopo di volgere le cose in una direzione di guarigione che vada dal dis-agio al disequilibrio a un maggior agio, equilibrio e armonia. In una parola, allora riusciremo a seguire una politica di saggezza e di compassione, nutrita dalla pratica della consapevolezza e della gentilezza amorevole. Questo significherebbe prendersi cura davvero della cosa pubblica, proteggerla e onorarla; significherebbe impegnarsi a chiedere il massimo da lei e da noi stessi invece che il minimo, fidandosi del fatto che una chiara visione delle cose conduce alla vera sicurezza, e ad un’armonia è un equilibrio durevoli.

Se un uomo attraversa un fiume
e una barca vuota va a sbattere contro la sua,
anche se è un uomo di cattivo carattere
non si arrabbierà molto.
Ma se vede qualcuno sulla barca,
gli griderà di stare attento al timone.
Se poi non verrà udito, griderà di nuovo,
e ancora e ancora, e poi si metterà imprecare.
E tutto perché c’è qualcuno nella barca.
Eppure se la barca fosse vuota

non griderebbe, né si arrabbierebbe.
Se riesci a svuotare la tua barca

mente attraverso il fiume del mondo,
nessuno si opporrà a te,
nessuno cercherà di nuocerti.
Chuang Tzu (III secolo a.C.)

Tratto da: Riprendere i sensi  di Jon Kabat-Zinn

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